Mateo López

HEADING LOPEZ

Cosas por hacer – 2014

PAGINA COVERS

I arrive at the studio, prepare and pour myself a coffee. I walk around its inside while sipping my coffee, looking at the plants, changing a seat from here to there. I start to wander again, stopping to look at something when a thought pops into my mind. I look for something to write it down with.
My gaze moves to the cup to take another sip but it is not there, now where did I leave it? Over there, on the table. I move over to get it, and continue walking, consumed by procrastination.
I have a vision of this space as a constellation. The body travelling about, making an outline, joining dots. Instinctively, I write on a piece of paper, Mille of string by Marcel Duchamp.
Inside, the furniture and the tools are talking with the parts half-way, trials and errors that recount the life inside the studio.
I pick a book that is lying on top of the desk, opening a page at random, sit down and give it a once-over. I get up, walk over to the shelf, picking up an object that has been tossed aside there for several days, opening a box that feels light and placing it inside.
Without giving it much thought, I write the word Box on another card and write again, Box among box…
I return to the desk, and sit down. I stretch out my right arm and do the stretches that they recommended in physiotherapy, and in the midst of that mild pain, I imagine writing with my left hand.
I write my signature with my left hand on another card. And something is going around in my head telling me to draw in a way that is unknown to me.
I tap the computer with my fingers and the screen comes on and I read the messages that have arrived. I go to take another sip of coffee and find that it is already cold, showing how long this coffee has gone.
I get up to get a folder containing unfinished drawings, and I come across one drawing that suggests another one to be done. And so I write down this task.
These repetitive actions talking place within my studio give me vague ideas, things that I have to get done. The non-productive lists are often the longest . Most of the times are measured in centimetres, the title of a piece that never came to light, grocery shopping, an address or the name of an artist that evokes a specific image. Even lists of lists of things to do.
Even if some of these tasks do not actually lead to anything in themselves, the process of doing, trial and error, have generated random possibilities that have moved me away from the obvious.

PAGINA COVERS

Arrivo allo studio, mi preparo e servo un caffè. Sorseggio il caffè mentre vado dentro, guardo le piante, cambio una sedia di posto. Faccio un altro giro, mi soffermo su qualcosa, osservo e penso. Cerco qualcosa con cui prendere nota.
Dirigo lo sguardo verso la tazza per bere un altro sorso ma non c’è: dove l’ho messa? Lì sopra il tavolo. Vado a prenderla e continuo a camminare, dedito alla procrastinazione.
Percepisco questo spazio come una costellazione. Il corpo compie tragitti, traccia scie e va unendo punti. Istintivamente scrivo in un foglio: Mille of string di Marcel Duchamp.
Dentro dialogano i mobili e gli attrezzi, con pezzi a metà strada, prove ed errori che testimoniano la vita nello studio.
Apro un libro che è sulla scrivania, un numero di pagina a caso, mi siedo e ci dò un’occhiata. Mi alzo, vado verso lo scaffale, raccolto un oggetto che da giorni giace errabondo in questo spazio, apro una scatola leggera al tatto e lo metto lì.
Senza pensarci molto, scrivo in un altro biglietto la parola Scatola e scrivo di nuovo Scatola tra le scatole…
Torno alla scrivania, mi siedo. Stendo il braccio destro e faccio gli stiramenti che mi hanno raccomandato nella fisioterapia: in questo lieve dolore mi immagino mentre scrivo con la mano sinistra.
In un altro biglietto faccio la mia firma con la mano sinistra. E risuona nella mia testa l’idea di disegnare in un modo che ignoro.
Dò un colpetto con le dita al computer e si accende il monitor; leggo i messaggi che sono arrivati. Cerco un altro sorso di caffè ed è già freddo, fino a lì è arrivato quel caffè.
Mi alzo per prendere una cartellina con disegni non finiti, tra questi trovo un disegno che ne suggerisce un altro da fare. E prendo nota di questo lavoro.
Di queste azioni ripetitive dentro lo studio, scrivo idee sciolte, cose da fare. Molto spesso le liste non produttive sono le più lunghe. Il più delle volte si possono misurare in centimetri, il titolo di un’opera mai stabilito, la spesa del supermercato, un indirizzo o il nome di un artista che evoca un’immagine specifica. Addirittura, liste di liste di cose da fare.
Alcuni di questi compiti non portano da nessuna parte, ma durante il processo del fare, la prova e l’errore, si generano le possibilità del caso e mi allontano dalla ovvietà.