about

MAHEDER HAILESELASSIE

about

Attraverso questo progetto ho osservato gli effetti della DISTANZA sulla vita quotidiana di tante etiopi, avendo modo di apprezzare la forza di questo aspetto particolare.
DISTANZA #UNO: tante donne etiopi, compresa mia nonna Jemanesh, dovevano percorrere molti chilometri a piedi per raggiungere il mercato, l’ambulatorio o il villaggio più vicino e probabilmente ogni altra cosa più vicina. E le donne che vanno al mercato di Woji nel sud di Gander non sono diverse da loro.
DISTANZA #DUE: ricordo le ragazze “kiflehager” della scuola. Molti le prendevano in giro, innanzitutto per via del nome “sciocco e vecchio” che avevano ricevuto alla nascita. Non sapevamo che quelle ragazze dovevano percorrere molti chilometri a piedi o perfino prendere una stanzetta in affitto e vivere lontane da casa soltanto per poter frequentare la scuola superiore. La stessa cosa succede alle ragazze in uniforme verde che prendono in affitto una piccola stanza nella comunità di Awra Amba in Etiopia. Si chiamavano Asnekiw, Kibir-nat e Basena, ma hanno dovuto cambiare il proprio nome in Kalkidan, Netsanet ed Emebet per essere “più fighe”. Immagino che il contrasto tra realtà e fantasia inizi da sciocchezze come avere un nome “figo”.
DISTANZA #TRE: queste ragazze hanno maggiori opportunità di quelle che hanno avuto le loro madri, spesso costrette a sposarsi e fare il primo figlio prima dei quindici anni. La vita che ha fatto mia nonna non è quella che faccio io oggi. E la vita che faccio io oggi non è quella che faranno le mie figlie domani. C’è sempre questa distanza tra le generazioni.
Distanza. Anche se ho scelto di interpretarla in forma piuttosto letterale, credo che trasmetta un messaggio molto più forte e al tempo stesso sottile. Per alcuni ha un significato sociale, per altri economico e forse perfino politico.

about

Through this project, I witnessed DISTANCE affecting the everyday lives of many Ethiopians and I came to understand how powerful this particular element is.
DISTANCE #ONE: Many Ethiopian women, including my grandmother Jemanesh, had to walk several kilometers to reach to the nearest market, the nearest health center or the nearest town and probably the nearest everything. And the women who travel to the Woji market in South Gonder are no different.
DISTANCE #TWO: I remember those ‘kiflehager’ girls in campus. Many used to make fun of them starting with the “silly & oldies” first name they were given at birth. If only we knew those girls had to walk several kms or even rent a small room far away from home just to get through high school. The same story goes for the girls in green uniform who rent a small room in Awraamba community in Ethiopia. Although originally named Asnekiw, Kibir-nat and Basena, they later changed their names to Kalkidan, Netsanet and Emebet to be “more cool”. I guess Reality vs Fantasy starts with the silly things like having “cool” first names.
DISTANCE #THREE: Those girls have better opportunities than their mothers who usually had to get married and have their first born before they turn 15. How my grandmother lived is not how I’m living right now. And how I’m living now is not how my daughters will live tomorrow. There is always that distance between generations.
Distance, although I chose to interpret it in a rather literal form, it does send out a much stronger but subtle message, I think. For some it can be social, for others it can be economical or perhaps even political.