DISTANZA / DISTANCE

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Attenendosi ad un approccio formale, la distanza è misura, è la risultante di un processo che per essere determinato necessita di convenzioni, di strumenti e calcoli che portino ad un risultato riconosciuto come tale. Tuttavia, se si supera il campo dell’evidenza, non tutte le distanze sono misurabili o necessariamente quantificabili ed in questo, la stessa ricerca del risultato perde la sua “potenza rivelatrice”. Ecco allora che ci si può spingere a guardare alla distanza come rappresentazione, in cui per esempio il distanziarsi diventa un atto culturale, un modo per sottolineare un portato personale e sociale che trova origine da un peculiare territorio e da specifiche esperienze. Un pathos, come teorizzava Nietzsche, inteso come “il senso del distacco, l’essere sempre al di fuori di fronte a ciò che si presenta, l’opporsi ad ogni trascinamento e ad ogni livellamento”. Una commistione tra fisicità, pensiero e percezione, in cui, partendo da degli elementi distinti ed in relazione più o meno marcata tra loro, irrompono i concetti di diversità e differenza.
Il distinguersi, inteso come presa d’atto di una distanza, presuppone dunque una diversità, che poi sia essaspaziale o  temporale, materica od astratta, lucida o casuale poco importa, di certo non può essere circoscritta all’interno di una definizione quantitativa, proprio perché si deve necessariamente considerare il fatto che la misura è in sé una convezione e che lo spazio che si genera può essere un concetto personalissimo fatto di esperienze e dettagli. Un interstizio, dunque, tra pluralità ricche di storie, di soggetti, di oggetti ed appunto differenze. In questo modo la distanza si palesa come prospettiva, come un rapporto virtuale sulla visuale che coinvolge la storia culturale di un popolo e le esperienze di ogni singolo individuo. Una sorta di paesaggio personale, che ritroviamo ne Il barone rampante, in cui Calvino si riconosce nella figura di osservatore distante, ma appassionato, sottolineando ancora una volta, se ve ne fosse stato bisogno, il ruolo dell’intellettuale, contemporaneamente esterno ed organico alle cose del mondo.
Vista dall’interno, la distanza è un divenire mutevole che nella sua accezione più ampia è molteplicità che necessita di essere compresa ed accettata, per escludere ogni tipo di deriva prevaricatoria ed ogni forma di elitarismo e disuguaglianza.
Se partiamo dall’ipotesi che la distanza abbia dunque un ruolo attivo, allora possiamo forzarne l’estensione del significato all’atto, inteso sia come contrazione che come espansione, una sorta di diaframma che lascia il campo aperto a declinazioni che escono dal contesto oggettivo e portano la riflessione sull’uomo ed i suoi rapporti. Non necessariamente ci si deve focalizzare sull’aspetto della lontananza, distanza può essere anche corrosione che porta all’avvicinamento, a quella prossimità che potrebbe apparire come una sua negazione, ma che nel rispetto dell’unicità del singolo è semplicemente un giustapporsi, e perché no, un “sovrapporsi”. L’interstizio che si crea è dunque l’incontro dell’altro al di fuori di noi stessi, un processo di umanizzazione in cui hanno un compito cruciale il ruolo ed il linguaggio di ciascuno. L’esistenza stessa è distanza tra l’atto della nascita e la morte e potremmo definire il vivere come un processo di distanziazione che è tempo, fatica, esperienze ed accadimenti. Nel concetto di distanziarsi, possiamo perciò ritrovare il ruolo attivo del movimento, di chi si riposiziona per vedere le cose da una diversa prospettiva, analizzandole attraverso una variazione di angolatura, che per estensione dialoga con la nozione di tolleranza, percorrenza ed avvicinamento. Misurare il grado della propria “larghezza” è perciò un indagare su quanto ci influenzi il concetto di complessità e quanto siamo in grado di accettarlo. Il risultato sarà la distanza tra noi e l’altro, tra una cultura ed un’altra, tra il modo di narrare il mondo ed un altro.
In fotografia il concetto di distanza si interseca con quelli di soggetto, operatore ed inquadratura, nel teatro un attore dà il meglio di sé quando riduce ai minimi il vuoto tra se stesso ed il personaggio che interpreta, esplicitando la distanza attraverso l’immedesimazione, in musica la distanza tra una nota e l’altra si chiama silenzio o pausa ed è parte integrante di una composizione. Questi sono alcuni tra i molti esempi che si potrebbero fare e che ci fanno capire come la distanza sia uno spazio pieno, ricco, da attraversare ed indagare – è il nostro stesso abito o modo di esprimerci, che diventano mediatori nei rapporti quotidiani fatti di interpretazioni e sovrapposizioni di noi stessi.

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Formally speaking, distance is a measurement; it’s quantified through a process that in order to be determined requires conventions, tools and calculations to produce a universally recognised result. Nonetheless, if we look beyond the field of proof, not all distances can be measured or are necessarily quantifiable, causing the process used to arrive at a result to lose its “revealing power”. This allows us to see distance as a representation, in which, for example, distancing yourself from something becomes a cultural act, a way of highlighting a personal and social legacy rooted in a particular country and in specific experiences. A pathos, as theorised by Nietzsche, understood as “the sense of detachment, of always being outside of what is happening, going against the flow and every action aimed at making everything and everyone equal”. A mix of physicality, thought and perception, which, starting with distinct elements linked in a more or less pronounced way, is invaded by concepts of diversity and difference.
Standing out, which is understood as an acknowledgement of distance, therefore presupposes diversity. Whether this is spatial or temporal, tangible or abstract, clear or random, little does it matter. What is certain is that it cannot be circumscribed within a quantitative definition, precisely because we must consider that measurement is, in itself, a convention, and that the space it generates can be a highly personal concept built on experiences and details. A gap, then, between pluralities rich in stories, subjects, objects and indeed differences. Thus, distance manifests itself as perspective, as a virtual relationship based on a point of view that implicates the cultural history of a people and the experiences of each and every individual. A sort of personal landscape, which we find in The Baron in the Trees, in which Italo Calvino identifies with the figure of the distant yet passionate observer, once again highlighting, if this was still necessary, the role of the intellectual, who is both an outsider to yet an integral part of the ways of the world.
Seen from the inside, distance is a changeable form of becoming which, in its broader meaning, is a form of variety that must be understood and accepted, to prevent any type of authoritarian drift and any kind of elitism or inequality.
If we start with the hypothesis that distance therefore plays an active role, we can forcefully extend this meaning to action, understood as both contraction and expansion, a sort of diaphragm that leaves the field open to variations that lie outside of the objective context and lead to a reflection on man and his relationships. We don’t necessarily have to focus on the notion of being far away, as distance can also be a form of corrosion that leads to convergence, to the proximity that might appear to deny it, but that in respecting the uniqueness of the individual, is simply a juxtaposition, and even an ‘overlap’. The gap that is created is therefore the encounter with the other outside ourselves, a process of humanisation in which the role and language of each and every one of us are essential. Existence itself is the distance between the acts of being born and dying, and we could define living as a process of distancing built on time, endeavour, experiences and incidents. The concept of distancing oneself therefore involves the active role of movement, of those who reposition themselves to see things from a different perspective, analysing them by changing their angle, which by extension, involves notions of tolerance, completing a journey and convergence. Measuring the extent of one’s own open-mindedness therefore involves examining how much we’re influenced by the concept of complexity and to what extent we’re able to accept it. The result is the distance between us and the other, between one culture and another, between one way of describing the world and another.
In photography, the concept of distance intersects with the concepts of subject, photographer and framing, in theatre an actor performs at his best when he gets closest to the character he’s playing, expressing distance through identification, in music the distance between one note and another is called silence or a pause and is an integral part of a composition. These are just some of the many examples we could make that show how distance is a full and rich space, one that is to be experienced and explored – the very clothes we wear or the way we express ourselves become mediators in everyday relationships built on interpretations and overlaps of ourselves.